Cultura Swing

Cultura Swing

La “Swing Era” fu davvero una “Swing Craze”, un’epoca cioè in cui scoppiò una vera e propria follia collettiva per la musica swing e di conseguenza per il ballo. L’effetto coinvolse milioni d’americani, senza distinzione d’età, negli anni in cui il New Deal lanciato da Franklin Delano Roosevelt indicò agli Stati Uniti la strada per uscire dal tunnel in cui si era trovata la nazione dopo il crollo di Wall Street del 1929. Nel 1935, dopo solo tre anni di New Deal, la depressione poteva ormai considerarsi in via di superamento e gli americani potevano tornare a guardare con fiducia all’avvenire. La prima classe a rendersene conto, attraverso lo sviluppo edilizio, fu la borghesia bianca, e poi, molto più lentamente e attraverso la creazione dei posti di lavoro conseguenti, il proletariato bianco. La sensazione che gli influssi negativi della depressione stessero diminuendo contribuì a una crescente ricerca di svago da parte di un numero sempre crescente di persone; i giovani in particolare, sentirono che era giunto il momento di divertirsi per dimenticare i lugubri anni trascorsi. E svago, allora, significò spesso ballo. La prima conseguenza fu la creazione di nuove sale da ballo e l’aumento di domanda d’orchestre, perché, date le più ampie dimensioni dei locali, i complessini impiegati fino ad allora venivano sommersi dal brusio della folla dei ballerini. C’erano le condizioni perché emergesse nel settore una nuova moda. Per fare il prevedibile colpo sull’immaginario collettivo statunitense si doveva ormai solo creare l’occasione e aggiungere abilmente un elemento di novità. Finalmente, in maniera molto astuta, fu trovata la novità cui anelava il grosso pubblico: si trattò di escogitare una trasformazione più accettabile del termine jazz (un vocabolo dei neri, ma ben noto anche dai bianchi, che era sinonimo di rapporto sessuale). Fu lo “swing" elemento fondamentale del jazz, ad assurgere agli onori della cronaca, a contribuire a inaugurare una moda e a renderla duratura.

L’idea naturalmente attecchì e subito le orchestre bianche e nere esistenti sventolarono la bandiera sgargiante e richiestissima dello swing, anche se la musica che facevano si situava magari molto lontano da un qualsiasi ideale jazzistico. Molte cose allora cambiarono e cambiò soprattutto la musica, che diventò una musica scacciapensieri, festosa, eccitante, fatta apposta per ballerini con buoni muscoli e lungo fiato. A quella musica fu dato il nome di Swing, alla cui origine vi era musica Jazz basata su un elastico quattro quarti che spingeva al ballo, molto simile a quello che si ascoltava in certi locali dalle grandi orchestre di Fletcher Henderson, di Count Basie, della Casa Loma, ma arrangiata per renderla più levigata, messa meglio a punto, oliata come un congegno di precisione: mediante l’eguale accentazione di tutti e quattro i tempi della battuta, il ritmo era reso più fluido, più scorrevole ed elastico, più ballabile. Ovviamente questo cambiamento fece perdere alla musica Jazz l’aggressività, la spregiudicatezza, ed il candore originario, e da musica d’arte (all’insaputa di chi la eseguiva? ) dal 1935 e per circa 10 anni divenne musica d’intrattenimento. Fox-trot, boogie woogie, slow furono termini di dominio universale per gli amanti del ballo. L’entertainer annunciava: “ E ora, Moonlight in Vermont: slow…”, così i ballerini già sapevano prima di iniziare, cosa avrebbero ascoltato e a quale ritmo avrebbero ballato. Il ballo divenne in quegli anni, più che un hobby collettivo un vero e proprio fatto sociale, contribuendo ad instaurare fra le varie orchestre una vivacissima competitività, che stimolò a creatività collettiva e offrì, contemporaneamente ai musicisti innumerevoli possibilità di lavoro in un’epoca in cui questo scarseggiava. Le ballrooms – da quelli più leggendari, come il Savoy, ai meno noti sparsi in tutto il Paese divennero così il luogo in cui si animavano tutte le serate (nelle grandi città) o semplicemente i fine settimana (nei centri minori). L’ambiente utilizzato poteva essere uno stanzone, un garage (magari nemmeno troppo pulito e curato), una sala con decorazioni fatte di festoni di carta, o addirittura un vero e proprio salone, con un palco per l’orchestra – composta da almeno una mezza dozzina di musicisti, con pianoforte e batteria – e una pista per il ballo, attorno alla quale c’erano dei tavolini a cui si sedevano i presenti fra un ballo e l’altro. Furono fondate decine di migliaia di ballrooms, che costituirono, in quegli anni, un vero e proprio luogo d’incontro sociale. A questo processo contribuirono lietamente bianchi e neri, a cui non parve vero di vedere finalmente accettata la loro musica. Per la prima volta neri e bianchi assieme almeno sul palcoscenico. I bianchi che si pigiavano sulla gran pista da ballo del Meadowbrook, nel New Jersey, andavano in visibilio per le orchestre che si avvicendavano sul podio, allo stesso modo i clienti neri del Savoy, a Harlem. Il nero approfittò della sua conoscenza intima del bianco per migliorare le proprie condizioni. Facevano ottimi affari coloro che smerciavano intrugli per stirare i capelli crespi e per schiarire il colore della pelle per chi si vergognava del proprio. Ovviamente questa mimetizzazione era necessaria in una società in cui la discriminazione era operante ma nascondeva la vera identità della popolazione nera che appariva impomatata ed abbigliata con eleganti marsine ma nascondeva un’antica rabbia che esplose ad Harlem nel 1935, che decretò la fine della Parigi Nera, fino ad allora meta di gite turistiche da parte di signore in ermellino che finirono di disamorarsi della giungla di maniera messa loro a disposizione dai gestori del Cotton Club o dello Small’s Paradise e di altri cabarets Black and Tan. La musica aveva tentato quasi un miracolo ma l’Ignoranza della politica e del bianco fece sì che questo non si avverasse. A nulla, infatti, servirono le apparizioni dei primi musicisti neri insieme con orchestre bianche come quella di Benny Goodman che fu il primo a presentare nel suo trio un artista di colore, il pianista Teddy Wilson, alla stessa maniera le orchestre nere fecero suoi pezzi ed arrangiamenti scritti da bianchi aderendo anche se temporaneamente ad ideali estetici del mondo bianco. Per queste ragioni in quegli anni il Jazz può essere considerato la musica di tutti gli americani. Fu appunto Benny Goodman a dar fuoco alle polveri che avrebbero acceso la Swing craze (la follia dello Swing)che dopo una lunga e sfortunata tournée all’ultima serata Presso il Palomar Ballroom di Los Angeles si accorsero con sorpresa che il pubblico conosceva i migliori pezzi dell’orchestra e li accoglievano con urla d’entusiasmo. Fu quella sera che durante l’esecuzione d’alcuni arrangiamenti di Fletcher Henderson, il pubblico smise di ballare ed andò ad accalcarsi intorno al podio; fu un vero trionfo. Ci fu poi una trionfale scrittura al Congress Hotel di Chicago e quindi una serie d’esibizioni al Paramount Theatre di New York nel marzo del 1937 dove per la prima volta si vide il pubblico ballare in mezzo alle corsie di un teatro, e persino sul palcoscenico, fra la più viva preoccupazione del personale di servizio. Goodman fu incoronato " re dello Swing". A dargli filo da torcere cerano ovviamente le grandi orchestre nere come quella di Duke Ellington, quella di Henderson, di Lunceford, di Calloway, di Webb, di Armstrong. Le orchestre Swing erano piacevoli da ascoltare e da guardare. Tutti i loro componenti indossavano eleganti uniformi e non era raro che il leader indossasse il frac. Tra le immense Ballrooms frequentate dai giovani le più famose erano il Roseland a Broadway, il Meadowbrook ed il Glend Island nelle vicinanze di New York poi l’Aragon e il Trianon di Chicago, il Palomar ed il Palladium di Los Angeles, e soprattutto, la famosa e mitica Savoy Ballroom ad Harlem merita un capitolo a parte. Inaugurato nel marzo del 1926 al secondo piano di uno stabile all’incrocio fra la Lenox e la 140ma Strada, sopra un cinodromo, fu il luogo dove nacque il Lindy Hop che sostituì il Charleston con un turbinare di figure acrobatiche, proprio in concomitanza con l’ingaggio dell’orchestra di Benny Moten proveniente da Kansas City. Al Savoy, il lunedì era la “ladies night”; il martedì era dominio degli oltre quattrocento clubs di ballo di Harlem; mercoledì e venerdì erano a disposizione di clubs sociali o associazioni; il giovedì, la “ Kitchen mechanic’s night (serata del personale di servizio), si ballava bene perché il locale non era strapieno come il sabato, la “ square’s night”; mentre la domenica arrivavano le star dello spettacolo e i migliori ballerini che si volevano far notare da loro. Ogni tre anni il pavimento doveva essere rifatto perché ormai consumato. Le orchestre, poi, venivano disposte una di fronte all’altra da Charlie Buchanan (il padrone del locale, che diverrà uno dei più ricchi abitanti di Harlem), il quale offriva a quelle debuttanti una paga misera ma anche l’occasione di conquistare una certa notorietà. Poste su palchi diversi, le formazioni si fronteggiavano, proponendo arrangiamenti studiati per l’occasione e basati su una strategia tesa a sorprendere: ed era il pubblico, con i suoi applausi, a decretare il vincitore.

Quasi tutti i clienti erano neri ma i bianchi, anche se in numero minore, non mancavano soprattutto in occasione delle famose battaglie d’orchestre che vedevano l’orchestra di Chick Webb ospite fisso e uno dei dominatori del Savoy a confronto con le migliori dell’ epoca, non escluse quelle bianche. Webb fu sconfitto solo da Ellington e dalla Casa Loma Orchestra: ma quanto dovette mordersi le dita Joe ‘King‘ Oliver per aver rifiutato di inaugurare il locale, nel ’26… Sandy Williams, trombonista di Webb, al proposito, dichiarò “Le battaglie al Savoy erano delle cose molto importanti. Noi entravamo in allenamento come per un incontro di box. Gli ottoni provavano al piano di sotto, i sassofoni al piano di sopra e la sessione ritmica in qualche altro posto. Noi avevamo una reputazione di spazzar via ogni orchestra che venisse al Savoy; ma non quella di Duke. Il posto era gremito la sera che venne lui, e quando incominciammo a suonare noi facemmo venire giù la sala. Poi attacco lui e suonò un pezzo dopo l’altro. Tutti dondolavano in ritmo assieme a lui. Ad un certo punto vidi Chick che sgattaiolava via, diretto verso l’ufficio ."Non posso sopportarlo, -mi disse-questa è la prima volta che siamo stati veramente fatti fuori". Altre volte l’orchestra fu messa in difficoltà come la sera che venne Benny Goodman, quando furono respinte ben 20000 persone che avrebbero voluto entrare nel locale. Spesso al Savoy le serate finivano per essere nottate che terminavano alle otto del mattino con la breakfast dance, il ballo della colazione. Al Savoy si trovarono a ballare il Lindy Hop migliaia di persone al ritmo ora sfrenato, ora malinconico e sensuale, delle migliori Big Bands del periodo. L’atmosfera esaltante delle competizioni, che si tenevano il sabato sera, rese famosi molti bravi ballerini. Al Savoy si svolse, nel luglio del 1928, una Maratona di ballo che durò addirittura 18 giorni e che vide protagonista il “Re" del Savoy Ballroom, George “Shorty" Snowden, con il suo modo di ballare rigido ed eretto, ricco di variazioni di gambe. A metà degli anni ’30 Frank Manning introdusse una postura angolare che presto diventò molto popolare sulla pista del Savoy. Manning non aveva idea che stava riconducendo il ballo alle sue radici africane. Interrogato al proposito si limitò a dire “Mah…mi sembrava solo che fosse meglio così, tutto qua.” Si cominciò allora a parlare di Stile Savoy. Credo che la descrizione migliore per capire l’energia di quelle serate sia quella fatta da Otis Ferguson uno dei cronisti del The New Republic che, nel 1937, scrisse: -Centinaia di persone (forse in una sera molto buona arrivano a 1600) sono sulla pista o seduti ai tavoli, o dinnanzi al bar; lontano in un angolo c’è una fila di taxi girls, due monetine per tre balli; dal soffitto piovono delle luci rosate e dovunque succede qualcosa. Ma il centro vitale della sala è qui sopra, sul podio, dove stanno, allineati su due file i ragazzi dell’orchestra, che battono i piedi ritmicamente e sudano sui loro strumenti, facendo sussultare il pavimento, qui dove la campana del sousaphone sembra una luna piena e che manda i sui bagliori sui ballerini e dove la pulsazione ritmica imbrigli tutta questa straripante energia costringendola a seguire un tempo….i ballerini si scordano di ballare e si affollano e lì registrano il ritmo soltanto nei muscoli e nelle ossa, restando fermi e lasciandoselo rovesciare sulle facce rivolte all’insù, come se fosse acqua (che il valzer sia maledetto). Il pavimento sussulta, e il locale sembra una dinamo e l’aria fumosa si alza ad onde… E’ una musica che anche i sordi riuscirebbero a sentire.

In quasi tutte le sale da ballo, e in nessuna come al Savoy, imperversavano i Jitterburgs, ovvero i patiti della Swing, gli specialisti del Lindy Hop. Anche se non erano amati da tutti soprattutto da qualche direttore d’orchestra, perché erano invadenti e distoglievano l’attenzione dai gruppi musicali, famoso rimane l’odio e l’astio d’Arthie Shaw . Spesso al Savoy le serate finivano per essere nottate che terminavano alle otto del mattino con la breakfast dance, il ballo della colazione. Al Savoy si trovarono a ballare il Lindy Hop migliaia di persone al ritmo ora sfrenato, ora malinconico e sensuale, delle migliori Big Bands del periodo. L’atmosfera esaltante delle competizioni, che si tenevano il sabato sera, rese famosi molti bravi ballerini. Al Savoy si svolse, nel luglio del 1928, una Maratona di ballo che durò addirittura 18 giorni e che vide protagonista il “Re" del Savoy Ballroom, George “Shorty" Snowden, con il suo modo di ballare rigido ed eretto, ricco di variazioni di gambe. A metà degli anni ’30 Frank Manning introdusse una postura angolare che presto diventò molto popolare sulla pista del Savoy. Manning non aveva idea che stava riconducendo il ballo alle sue radici africane. Interrogato al proposito si limitò a dire “Mah… mi sembrava solo che fosse meglio così, tutto qua.” Si cominciò allora a parlare di Stile Savoy.

Credo che la descrizione migliore per capire l’energia di quelle serate sia quella fatta da Otis Ferguson uno dei cronisti del The New Republic che, nel 1937, scrisse: -Centinaia di persone (forse in una sera molto buona arrivano a 1600) sono sulla pista o seduti ai tavoli, o dinnanzi al bar; lontano in un angolo c’è una fila di taxi girls, due monetine per tre balli; dal soffitto piovono delle luci rosate e dovunque succede qualcosa . Ma il centro vitale della sala è qui sopra , sul podio , dove stanno, allineati su due file i ragazzi dell’orchestra , che battono i piedi ritmicamente e sudano sui loro strumenti, facendo sussultare il pavimento, qui dove la campana del sousaphone sembra una luna piena e che manda i sui bagliori sui ballerini e dove la pulsazione ritmica imbrigli tutta questa straripante energia costringendola a seguire un tempo… I ballerini si scordano di ballare e si affollano ,e lì registrano il ritmo soltanto nei muscoli e nelle ossa , restando fermi e lasciandoselo rovesciare sulle facce rivolte all’insù , come se fosse acqua ( che il valzer sia maledetto ). Il pavimento sussulta, e il locale sembra una dinamo e l’aria fumosa si alza ad onde… E’ una musica che anche i sordi riuscirebbero a sentire. In quasi tutte le sale da ballo, e in nessuna come al Savoy, imperversavano i Jitterburgs, ovvero i patiti della Swing, gli specialisti del Lindy Hop. Anche se non erano amati da tutti soprattutto da qualche direttore d’orchestra, perché erano invadenti e distoglievano l’attenzione dai gruppi musicali, famoso rimane l’odio e l’astio d’Arthie Shaw . Quando in Europa cominciò la guerra , la Swing Craze ebbe in America gli ultimi sussulti di vitalità prima di iniziare il suo declino. L’interesse per la musica swing era ancora vivissimo nel 1939, pochi mesi dopo però , nel 1940, si contarono soltanto 6000 persone ad un colossale raduno di orchestre (Swing e Sweet) organizzato al Manhattan Center di New York. Lo scoppio della seconda guerra mondiale ebbe gravi conseguenze anche nel mondo della musica Swing perché gli organici delle grandi orchestre erano diventati alquanto instabili per le continue chiamate alle armi dei suoi componenti. Il fiorire delle industrie belliche provocò una nuova grande migrazione di massa da parte dei negri, i quali, nuovamente, si videro negati i diritti essenziali da una nuova ondata di razzismo che sfociò in una serie di tumulti. A Detroit nel 1943 una rissa iniziata in un luogo di divertimento riservato ai bianchi degenerò in un conflitto di vaste proporzioni. Il modello bianco, piano piano, non appariva più come un modello da imitare dai negri e lo si poteva capire da tante piccole cose, come, ad esempio, dalla moda, che si diffuse intorno al 1942, della cosiddetta Zoo Suit: l’abito degli elegantoni di Harlem lanciato da Cab Calloway. Era una vera e propria caricatura dell’abito dei bianchi: la giacca dalle ampie spalle, sgonnellante, arrivava fino al ginocchio, i pantaloni larghissimi, erano stretti alle caviglie.

Un cappello a larghe tese e un’enorme catena completavano l’abbigliamento. Negli anni della guerra, ad ogni modo, non si arrivò ad una rottura, sul fronte del conflitto razziale. Solo una cosa continuava ad accomunare ancora le due parti: la musica Swing, che, per tutto quel periodo, continuò ad assolvere la sua funzione di musica d’evasione, consolatoria, che si poteva ascoltare ovunque in patria, ma anche all’estero, per mezzo dei “V Disc", dischi prodotti esclusivamente per le forze armate e su cui venne inciso il migliore Jazz dell’epoca. Per tutto il 1943 i V Disc furono gli unici dischi prodotti negli Stati Uniti perché il Sindacato Musicisti dette vita ad uno sciopero delle registrazioni discografiche allo scopo di ottenere i diritti d’autore anche per i musicisti dell’orchestra che durò per tutto quel periodo. Alla fine vinse, ma fu una vittoria di Pirro, perché la gente a causa della mancanza di dischi si era lentamente disaffezionata dalle grandi orchestre di Jazz: “L’era dello Swing" finì così nel silen?zio degli studi d’incisione. Più poeticamente si fa terminare con la morte del maggiore Glenn Miller caduto nelle acque della manica nel 1944. Ma come per miracolo la swing continuò a vivere in Europa grazie alle colonne sonore dei film al seguito delle truppe americane. “In the Mood “, un Boogie Woogie che si poteva ascoltare nella colonna sonora del film Sun Valley Serenade, maldestramente italianizzato in Serenata a Vallechiara, fu insieme a Moonlight Serenade la musica che fece capire agli europei che la guerra era davvero finita, migliaia di ballerini e ballerine impararono i passi di questo nuovo ballo da neri appena arrivati a liberare l’Italia, e nelle sale da ballo il boogie woogie divenne la colonna sonora della Liberazione dalla Dittatura. Ancora una volta la Swing si adoperò per far uscire una nazione da un’epoca buia e triste. In Europa arrivarono tutte assieme le opere della Swing Craze attraverso i V Disc e forse per questo si ebbe modo di riuscire a comprendere ed apprezzare meglio il fenomeno degli americani. Band Italiane ed europee iniziarono anche loro a suonare musica Swing proponendo arrangiamenti dei classici o addirittura scrivendone di nuovi. Con il dopoguerra sembrò a tutti che l’epoca della Swing fosse definitivamente finita ma ancora oggi a distanza di 60/70 anni la Swing riesce a divertire riempiendo o facendo nascere nuovi locali dedicati a questo genere musicale. Insomma la storia continua ed a scrivere il seguito adesso tocca a noi…